Abilismo, Disabilità, Politica e vita sociale

Se uno spazio funziona perché il giudizio scompare.

Ieri, su Substack, ho scritto di Dateability, un’app di incontri pensata per persone con disabilità e condizioni croniche.
L’ho fatto nel modo in cui scrivo lì: partendo dalle storie, dalle sensazioni, dalla fatica e dal sollievo che si provano quando il desiderio incontra uno spazio che — finalmente — non ti chiede di spiegarti prima ancora di presentarti.

Qui voglio fare un passo diverso.

Non per ripetere quanto scritto ieri, ma per portarlo su un piano più ampio, culturale e politico. Perché Dateability non è solo un’app. È un segnale.
E racconta qualcosa di molto più profondo su come la nostra società gestisce la disabilità, l’intimità e l’accesso alle relazioni.

Dateability nasce dall’esperienza diretta delle sue fondatrici, Jacqueline e Alexa Child. Dopo essere diventata disabile in età adulta, Jacqueline aveva sperimentato sulle app di dating tradizionali un copione ricorrente: ghosting, imbarazzo, infantilizzazione. Ogni volta che la disabilità entrava nella conversazione, qualcosa si interrompeva.

Non era mancanza di desiderio.
Era mancanza di strumenti per capire.

Così è nato uno spazio in cui non dover giustificare la propria esistenza prima ancora di iniziare una relazione. Con tutte le incongruenze che ho già spiegato.

Lo stesso meccanismo emerge in modo sorprendentemente simile in un recente articolo del New York Times, che racconta un ritiro di giovani donne con SLA. Per cinque giorni, queste donne si sono incontrate a Cape Cod e hanno fatto qualcosa di semplice e radicale: fare festa.

Bere, ballare, ridere, stare insieme.

Non perché la condizione di disabilità fosse sparita.
Ma perché — per una volta — era sparito lo sguardo normativo.
Nessuno che osserva, nessuno che corregge, nessuno che trasforma ogni gesto in una lezione di resilienza o in una prova di coraggio.

In entrambi i casi, lo spazio funziona non perché elimina la disabilità, ma perché elimina la necessità di negoziarla continuamente.

C’è una verità che chi vive la disabilità conosce bene e che spesso fatichiamo a dire ad alta voce: in molti contesti, tra persone disabili, si sta meglio.

Meno spiegazioni. Meno sguardi addosso. Meno fatica emotiva.

Il problema non è riconoscere che questo è vero.
Il problema nasce quando questa verità viene raccontata senza contesto.

Da fuori, diventa facilmente: vedete? tra di loro stanno meglio.
E da lì il passo verso l’idea che “forse è giusto così” è breve.

Ma la frase corretta sarebbe un’altra: stiamo meglio perché qui non dobbiamo continuamente dimostrare di avere diritto a stare.

L’equilibrio impossibile nello spazio condiviso

Entrare in uno spazio comune, per una persona disabile, significa quasi sempre cercare un equilibrio sottile e stancante.

Non far vedere troppo la disabilità, per non diventare “quella disabile”.
Ma neanche nasconderla, perché fa parte di te e fingere che non esista è un’altra forma di violenza.

È una negoziazione continua: quanto posso essere me stessa? quanto devo adattarmi? quanto devo anticipare il disagio degli altri?

Negli spazi tra persone disabili questo equilibrio spesso non serve.
Non perché siamo “tutti uguali”, ma perché la disabilità non è l’evento che orienta tutto. È una caratteristica tra le altre.

Quando raccontiamo solo quanto questi spazi siano più vivibili, senza spiegare perché, rischiamo di rafforzare l’idea che il problema sia la convivenza, non le condizioni in cui avviene.

Secondo me però, non stiamo meglio separati. Stiamo peggio inclusi a metà.

Questo perché lo spazio comune non è neutro: è costruito su un corpo standard, su tempi standard, su modalità standard di relazione.
Quando l’inclusione è solo tecnica — una rampa, una pedana, un regolamento — ma non culturale ed emotiva, la persona disabile resta comunque un corpo fuori posto.

Tollerato, non abitante.

E allora gli spazi dedicati diventano una tregua.
Non una vittoria.

Mi chiedo, spazi sicuri o ghetti gentili?

App come Dateability, così come ritiri o comunità dedicate, hanno un doppio volto.

Da un lato sono un sollievo reale.
Dall’altro rischiano, involontariamente, di rafforzare l’idea che le persone disabili debbano frequentarsi “tra loro”, come se la disabilità fosse un criterio di compatibilità affettiva o sociale.

La disabilità non è una categoria sentimentale.
È una caratteristica, non un destino di coppia, non un caso fortunato se nasce un’amicizia.

Il rischio non è neanche l’esistenza di spazi sicuri.
Il rischio è quando diventano l’unico spazio possibile.

Se c’è una cosa che va detta con onestà è questa: la responsabilità è condivisa, ma non simmetrica.

Se sei una persona disabile, il mio consiglio — per quanto faticoso — è continuare a entrare anche negli ambienti in cui non ci sono solo persone con disabilità.
Non perché sia giusto doverlo fare sempre, non perché quegli spazi siano già inclusivi, ma perché ritirarsi del tutto significa lasciare intatto il meccanismo che ci rende invisibili.

Entrarci costa.
Richiede adattamento, energia, a volte anche sopportazione.
Ma è anche un modo per non accettare l’idea che il nostro posto sia solo altrove.

Allo stesso tempo, questo non può essere l’unico movimento.

Se non hai una disabilità, la tua responsabilità non è “non sbagliare”.
È schierarti come alleanza.

Questo significa: lottare perché gli spazi abbiano strutture adeguate per tutti, non come concessione ma come criterio di base; non delegare l’accessibilità a chi ne ha bisogno; restare quando l’incontro sembra goffo, imperfetto, scomodo.

E significa anche fare un passo più difficile: un’autocritica sull’apparenza.

Se avvicinarti alla disabilità ti fa sentire meno desiderabile, meno interessante, meno “figo”, allora il problema non è la disabilità.
È il modo in cui misuri il tuo valore.

Una società che appartiene a tutti, non è quella in cui si sbaglia meno.
È quella in cui non si scappa al primo errore, in cui l’imbarazzo non diventa una scusa per ritirarsi, in cui la fatica dell’incontro non ricade sempre sugli stessi corpi.

Se oggi stiamo meglio tra di noi non è una vittoria.
Gli spazi separati non sono il problema centrale.
Il problema è un mondo che non sa ancora farci stare senza commentarci, senza ridurci, senza chiederci di scegliere tra visibilità e accettazione.

Finché una parte continuerà ad accomodarsi e l’altra a defilarsi, gli spazi separati sembreranno la soluzione più semplice.
Ma non sono una soluzione. Sono un escamotage.

Io personalmente non voglio una stanza separata, se non in certe circostanze.

La soluzione non è scegliere tra separazione e appartenenza.

È costruire una visione che non ci chieda di auto invisibilizzarci per essere accettati.

Costi quel che costi.


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