C’è un momento, immaginando quello che ho raccontato della mia esperienza al Valtellina Wine Trail, in cui mi è venuto un dubbio che forse molte/i attiviste/i con disabilità avrebbero avuto.
Guardando certe foto o video, qualcosa potrebbe stonare.
Nel mio post si vede una persona con disabilità sorridere, mentre altre la spingono, la sollevano, la “portano” su una montagna, dentro un evento, lungo un sentiero.
Tutto sembra bello, poetico, giusto.
Eppure resta una domanda sospesa: chi sta davvero vivendo quell’esperienza, e chi la sta raccontando?
Negli ultimi anni, strumenti come la joëlette – la carrozzina fuoristrada monoruota che permette a persone con disabilità di affrontare percorsi escursionistici grazie all’aiuto di accompagnatori – sono diventati simboli potenti di accessibilità.
Ma la loro rappresentazione mediatica potrebbe avere una logica errata: non quella dell’autonomia, bensì della gratitudine.
“Che bravi i volontari”, “che emozione poter partecipare grazie a loro”.
E così, la persona disabile diventa spettatrice di se stessa, dentro una storia scritta da altri.
L’attivista australiana Stella Young ha coniato il termine inspiration porn, o “pornografia motivazionale”: immagini e racconti che oggettificano le persone con disabilità a beneficio di chi non lo è, trasformandole in esempi motivazionali più che in soggetti reali.
In Italia, concetti simili sono stati ripresi dalle Witty Wheels, che parlano di “ridurre a oggetto una categoria di persone per il beneficio di un’altra”, e da Fabrizio Acanfora, che denuncia come certi racconti “servano più a chi guarda che a chi viene mostrato”.
Più recentemente, Ilaria Crippi, nel suo libro Lo spazio non è neutro (Tamu, 2023), riflette su come spazi e narrazioni continuino a essere costruiti attorno a uno sguardo normodotato, spesso inconsapevole.
Riprendendo queste riflessioni, si può dire che lo sguardo abile tende a oggettificare la persona disabile, trasformandola in un’immagine utile a confermare la bontà e la sensibilità del mondo esterno — e questo, più di qualsiasi barriera architettonica, contribuisce a mantenere in piedi quelle culturali.
È qui che nasce quello che potremmo chiamare “visionabilità”:
una visibilità costruita per essere guardata, più che per essere vissuta.
Un modo di mostrare la disabilità come spettacolo educativo o rassicurante per il pubblico abile, invece che come presenza legittima, piena, imperfetta, ma vera.
Non è una condanna alla joëlette, né a chi accompagna: anzi, molte di queste esperienze nascono da desideri autentici di condivisione e libertà.
Ma è necessario guardarle criticamente, ponendosi alcune domande:
- Chi ha deciso il percorso, il ritmo, il modo in cui l’esperienza è raccontata?
- Chi è al centro della narrazione: la persona disabile o chi la “porta”?
- A chi serve davvero questa immagine?
La vera partecipazione non si misura da chi viene portato, ma da chi può scegliere la direzione, la mission. Da una collaborazione di parti, di esperienze e di ascolto.
A fare la differenza non è chi spinge o chi guida, ma come decidiamo di raccontare la nostra vita e di porci davanti agli altri.
Ed è proprio qui che entra in gioco l’abilismo interiorizzato — quella voce sottile che a volte ci fa dubitare del nostro diritto di esserci, di mostrarci, di vivere esperienze nonostante o dentro la disabilità.
Ci sono momenti in cui quella voce ci frena: ci dice che non dovremmo accettare aiuto, o che lo sguardo degli altri sarà sempre più forte del nostro.
Eppure, se ci lasciamo attraversare dall’esperienza, senza farci comandare da quella paura, scopriamo che la relazione può essere libertà, non dipendenza.
Che non tutto ciò che prevede aiuto è pietismo, e che non saremmo le persone che siamo oggi se l’abilismo interiorizzato ci avesse impedito di fare certe esperienze — di conoscere certe persone, di esplorare certi spazi, di vivere certi momenti di bellezza.
Forse la sfida sta proprio lì: riconoscere quando l’aiuto diventa vetrina, ma anche quando è ponte.
Perché la differenza non è nel gesto, ma nello sguardo con cui lo si compie — e nel modo in cui scegliamo di raccontarlo.
📚 Fonti e riferimenti
- Stella Young – I’m Not Your Inspiration, Thank You Very Much (TED Talk, 2014)
- Witty Wheels – Che cos’è l’inspiration porn (wittywheels.com)
- Fabrizio Acanfora – E invece no. Manifesto per un pensiero divergente (Effequ, 2020)
- Ilaria Crippi – Lo spazio non è neutro (Tamu Edizioni, 2023)
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