Adolescence: quando la rabbia parla il linguaggio del silenzio
C’è una scena, in Adolescence (Netflix), che resta addosso: un ragazzo di tredici anni, accusato dell’omicidio di una compagna di classe, siede davanti a una psicologa. Non parla subito. Quando lo fa, è rabbia pura — ma sotto quella rabbia si intuisce un dolore antico, mai nominato, mai ascoltato.
La serie non cerca colpevoli, ma ferite. Non racconta solo un delitto, ma un’assenza di linguaggi emotivi che attraversa generazioni.

️Il padre che voleva solo fare “il giusto”
Il padre è un uomo apparentemente buono, presente, affettuoso. Ma dentro di sé porta un’eredità culturale invisibile: quella del patriarcato quotidiano, fatto di frasi dette con affetto ma intrise di aspettative.
“I maschi non piangono.”
“Bisogna reagire.”
“La vita è dura.”
Non vuole far male — ripete soltanto ciò che ha imparato. Così trasmette un modello in cui la vulnerabilità è debolezza e la forza coincide con il controllo, la competizione, la durezza.
Il figlio cresce in questo schema, con la convinzione che le emozioni vadano soffocate, non comprese. E quando la frustrazione esplode, lo fa come un boato improvviso — perché non ha trovato altri linguaggi.

La madre: l’illusione dell’ascolto
Accanto a lui c’è una madre dolce, apparentemente più moderna. Crede nel rispetto dei confini, nella libertà, nel “non interferire”. Si illude che lasciare spazio significhi ascoltare.
Ma in realtà non lo ascolta mai davvero.
La sua è una presenza gentile ma distante: c’è fisicamente, ma non emotivamente. Non coglie i segnali, le crepe, le richieste d’aiuto travestite da silenzi.
Il suo rispetto diventa assenza, e quell’assenza, sommata al rigore del padre, costruisce un muro.
L’amore, se non è accompagnato dall’ascolto, può diventare una forma di abbandono.
Il figlio e la violenza come linguaggio finale
Il gesto estremo del ragazzo non è solo cronaca. È un simbolo.
Padri che reprimono.
Madri che si allontanano “per rispetto”.
Figli che non trovano spazio per essere fragili.
Non la cattiveria, ma l’assenza di ascolto.
Non l’odio, ma la solitudine.
La violenza, in questa storia, è solo la voce finale di chi non ha mai potuto parlare.
Gli incel e la mascolinità distorta
Il tema si collega al fenomeno degli incel: giovani uomini che si definiscono “celibi involontari” e vivono il rifiuto come ingiustizia. Dietro quella rabbia c’è la stessa matrice culturale: il bisogno di sentirsi forti per non sentirsi invisibili.
Quando la fragilità è un tabù, ogni emozione diventa minaccia. E quando le emozioni non trovano spazio, prima o poi esplodono.
La scuola, il gruppo, il silenzio
Nella puntata ambientata a scuola, il silenzio dei compagni è quasi un personaggio. Nessuno parla. Nessuno tradisce il gruppo.
Quel muro di omertà, che in apparenza serve a proteggere, è invece la forma più crudele di abbandono.
Solo un ragazzo rompe il silenzio: il figlio di un poliziotto. Forse perché conosce da vicino le conseguenze di ciò che viene nascosto.
La responsabilità non è solo di chi agisce,
ma anche di chi osserva e tace.
Il linguaggio emotivo della Gen Z
Le chat della serie rivelano un abisso generazionale. La polizia legge le emoji in modo letterale, ma per i ragazzi ogni simbolo è un codice.
Una faccina che piange non significa sempre tristezza. Può voler dire cringe, imbarazzo, disagio, o semplicemente non so cosa dire.
La Gen Z comunica per strati di ironia, sarcasmo e distanza emotiva. E gli adulti, incapaci di leggere quel linguaggio, restano fuori. Ancora una volta: incomunicabilità.
Il vero messaggio
Adolescence non è una serie sull’omicidio. È una serie sul silenzio.
Sui padri che vogliono proteggere e non ascoltano.
Sulle madri che vogliono rispettare e si eclissano.
Sui figli che gridano con gesti estremi perché non hanno trovato orecchie.
Ogni volta che diciamo a un ragazzo “non piangere”
o lo lasciamo solo “per rispetto”,
gli insegniamo che il dolore va nascosto.
E quando il dolore resta nascosto troppo a lungo,
trova da solo il modo di uscire.
Non voglio giustificare, ma capire
Guardare Adolescence significa anche questo: non cercare scuse, ma cominciare a leggere ciò che non viene detto.
Ogni generazione eredita qualcosa, ma può scegliere cosa lasciare ai propri figli.
E forse il primo passo è smettere di trasmettere la paura della fragilità. Perché da lì nasce tutto.
✴Riflessione personale
Mi sono chiesta spesso se anche noi, genitori della “nuova sensibilità”, non rischiamo di essere complici di quel silenzio che diciamo di voler spezzare. Parlare non basta: bisogna ascoltare davvero, anche quando è scomodo. Soprattutto quando è scomodo.
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