A mia figlia
Tesoro mio, voglio raccontarti di due persone molto speciali per me: i miei nonni. Avevano un carattere forte, deciso, eppure con loro ho vissuto momenti meravigliosi. Conservo ancora alcune vecchie foto in bianco e nero e tanti ricordi che, con il tempo, si sono un po’ trasformati. Forse la mia mente li ha resi più belli, ma oggi voglio condividerli con te.
Con il mio nonno amavo costruire una capanna in salotto, proprio vicino alla televisione. Prendevo una coperta e la stendevo tra il tavolo e il mobile della TV, creando un piccolo rifugio in cui mi nascondevo, sentendomi protetta. Insieme preparavamo l’albero di Natale più bello che si potesse immaginare: invece delle solite palline, appendevamo caramelle rotonde, avvolte in carte argentate dai riflessi verdi, rossi e blu.
Mi portava spesso al Parco Herăstrău, a Bucarest. Salivamo su una barca e lui remava con forza, mentre io lo guardavo ammirata, come si guarda un capitano. Era la mia ancora di salvezza. Passavo tanto tempo con lui, perché la nonna, già fragile, si era ammalata proprio quando in ospedale avevano scoperto la mia malattia. Viveva da sola, in una casa separata da quella del nonno, e forse la paura la bloccava più della sua stessa condizione fisica.
La nonna era una donna particolare, molto legata ai suoi ricordi. Custodiva gelosamente le bambole di mamma e non voleva che le toccassi. Questo mi faceva arrabbiare tantissimo, tanto che un giorno, presa dalla frustrazione, le diedi un pizzicotto così forte da farla urlare. Ancora oggi, ogni volta che ci ripenso, mi vergogno di quel gesto.
Ricordo ancora la notte in cui ci fu un terremoto spaventoso. In quella parte del mondo, i terremoti non sono uno scherzo. Ero nel mio letto, immersa nei miei sogni, quando all’improvviso tutto iniziò a tremare con violenza. Ci precipitammo in macchina per andare a prendere la nonna e passammo l’intera notte nel veicolo, cercando di sentirci al sicuro mentre la terra sotto di noi continuava a vibrare.
Non era facile affrontare le difficoltà quotidiane. Io iniziavo a camminare male, e spesso non volevo andare all’asilo. Qualche volta nonno mi teneva a casa e, anche se ero ancora piccola, sentivo che dentro di me c’era qualcosa di diverso dagli altri bambini.
Un giorno accadde un piccolo incidente che mi rimase impresso per sempre. Mi dondolavo tenendo la mano del nonno, quando all’improvviso persi l’equilibrio e caddi con la fronte contro lo spigolo del calorifero. Il sangue sgorgò subito copioso e ci precipitammo in ospedale. Il nonno, preoccupato, fece qualcosa che oggi potrebbe sembrare strano, ma che all’epoca era quasi una regola non scritta: tirò fuori una stecca di sigarette italiane e le offrì alla dottoressa per convincerla a trattarmi con maggiore attenzione. Crescendo, ho capito che in certi paesi, sotto un regime totalitario, bisognava sempre trovare un escamotage per farsi valere. Forse aveva paura, o forse non si rendeva conto che cercare di “comprare” le persone fosse sbagliato, ma quella dottoressa accettò le sigarette e si prese cura di me nel miglior modo possibile.
Eppure, nonostante tutto, il nonno mi ha insegnato una cosa fondamentale: l’onestà. C’era una cosa che non sopportava proprio, più di ogni altra: le bugie. Quando succedeva che ne dicessi una, si infuriava terribilmente e diventava severo, arrivando persino ad alzare le mani, perché ai suoi tempi si usava così. Io, a forza di prendere ceffoni, ho imparato ad avere paura anche solo di dire una piccola bugia.
Sai, amore mio, mentre ti racconto tutto questo mi rendo conto di quanto i miei nonni abbiano segnato la mia vita, nel bene e nel male. Sono stati anche loro a insegnarmi tanto di ciò che oggi cerco di trasmettere a te.

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